| L’uomo
in cammino |
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Dunque, fintanto che nuovi dati non vengano a
smentire in modo convincente questo quadro, possiamo ritenere che
l'evoluzione e la comparsa del genere Homo sia avvenuta in
Africa. E qui le popolazioni di Homo habilis (prima) e di Homo
ergaster (poi) subirono delle pressioni selettive che favorirono
esemplari di taglia robusta, scheletrica mente massicci, con volumi
endocranici più elevati e in possesso di nuove tecnologie nella
preparazione di utensili in pietra, osso e legno. Successivamente questi
ominidi si resero protagonisti di una inedita diffusione geografica, con
l'occupazione di ambienti molto diversi tra loro e attraverso
l'adattamento a nicchie ecologiche altrettanto diversificate. E
soprattutto cominciarono a colonizzare il cosiddetto "vecchio
mondo", cioè buona parte dell'Africa e pian piano anche I'Eurasia,
o almeno le sue regioni più meridionali. |
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Dobbiamo ritenere che il genere Homo abbia valicato i confini del continente africano per diffondersi in Asia passando per l'istmo di Suez, e in Europa attraversando quei lembi di terra ora coperti dalle acque, ma tal- volta percorribili, che possiamo indicare nell'attuale regione del Bosforo (Mar Nero). Perché, c'è da ricordarlo, il nostro pianeta ha alternato nell'ultimo milione di anni periodi con temperatura simile alla nostra (interglaciali), a periodi molto freddi (glaciazioni) con grande espansione dei ghiacciai e conseguente ritiro dei mari, anche in modo piuttosto consistente. In tempi diversi e alternati tra loro, insomma, le terre emerse si sono presentate in maniera diversa da quella attuale. Certo, c'è da domandarsi come mai da un clima comunque meno freddo proprio dell'Africa, i nostri predecessori abbiano deciso di avventurarsi in territori dal clima più rigido come quelli eurasiatici. Per quanto la domanda sia pertinente, va ricordato che gli spostamenti dei gruppi di ominidi, non furono mai di lunga gittata. Se si parla di migrazioni, ciò è giustificato soltanto se si prendono in esame periodi lunghissimi, di migliaia o addirittura centinaia di migliaia di anni. Nel breve il discorso è diverso e i movimenti furono sempre limitati nello spazio, permettendo perciò adattamenti graduali a climi differenti. E questo ci fa pensare che forse l'uomo è un animale vincente proprio per la sua capacità di adattarsi, anche con la tecnologia. La zebra se ha troppo freddo, o si sposta in un territorio climaticamente più favorevole o muore. L'uomo si copre. Qui però ci allontaniamo dal nostro discorso. Quali specie di Homo, dunque, hanno superato gli stretti e hanno messo piede in Asia e in Europa? E quando? E poi come si sono evolute? Si è trattato di un'unica ondata o di piccole ondate successive, magari dovute alla diffusione di nuove specie? Quante specie umane si sono evolute nel tempo e avvicendate sulla terra, prima della comparsa di Homo sapiens? |
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Qui il discorso si fa più difficile. E cominciano anche raffinate e accesissime discussioni fra i paleoantropologi. Perché i reperti a disposizione sono spesso insufficienti, frammentari e persino contraddittori. Perché si tratta della nostra storia e il discorso si fa delicato. Perché l'evoluzione è un fenomeno complesso e l'interpretazione dei dettagli è necessariamente più ardua della comprensione di un andamento generale. L'importante è avvicinarsi sempre di più alla realtà storica dei fatti, senza preconcetti, senza voler difendere a tutti i costi le proprie posizioni e, soprattutto, potendo dimostrare ciascuna affermazione sulla base di evidenze concrete. Franz Weidenreich, uno dei più eminenti paleoantropologi del secolo scorso, sosteneva la tesi, detta modello a "candelabro", allora condivisa da tutti, secondo la quale un'unica specie si era diffusa per il mondo già a partire da almeno 1 milione di anni fa (e fin qui anche oggi molti sarebbero d'accordo). Le varie popolazioni avevano poi intrapreso una linea evolutiva comune, pur nelle differenziazioni dovute al clima e all'ambiente della regione in cui stanziavano. Insomma, un'unica arcaica specie umana, Homo erectus, tanto in Africa, come in Asia, come in Europa, sarebbe stato il predecessore di tutte le forme moderne di Homo sapiens. Una delle obiezioni più fondate al modello del candelabro di Weidenreich è che la continuità genetica di una specie non può mantenersi per un periodo di tempo così lungo come quello preso in considerazione per l'uomo, in particolar modo se le popolazioni sono così lontane nello spazio. Inoltre Weidenreich tendeva a sottovalutare il numero di specie di ominidi estinte, testimonianza di una variazione notevole che poco si adatta all'idea di una linea evolutiva continua come lui la immaginava. L'evoluzione umana in generale e l'origine di Homo Sapiens in particolare potrebbero piuttosto essere meglio comprese alla luce della teoria proposta negli anni '70 da S. J. Gould e N. Eldredge. Secondo questa teoria si assiste a lunghe fasi di stasi evolutiva, separate da rapi- di cambiamenti all'interno di singole popolazioni relativa- mente piccole e geograficamente isolate da altre popolazioni della stessa specie. E' così che si può formare un nuovo corredo genetico che si stabilizza in un periodo di tempo estremamente breve. L'azione combinata di diversi fattori può essere responsabile di questo fenomeno: variabilità genetica, pressione ambientale e quindi selezione naturale. La tesi più probabile è quindi che le popolazioni (e poi specie) abbiano subito processi evolutivi autonomi e abbiano avuto destini differenti, talvolta pur condividendo territori contigui o addirittura comuni. Alcune specie si sono estinte rapidamente, altre hanno contribuito in misura maggiore all'affermazione di Homo, alla sua diffusione e alla sua evoluzione. Fino a un decennio fa, anche meno, si credeva che Homo erectus fosse il colonizzatore del mondo. Uscito dall'Africa circa un milione di anni fa, era passato in Asia, arrivando fino all'Estremo Oriente. Solo successivamente sarebbe arrivato in Europa, circa 500 mila anni fa. Da Homo erectus sarebbero poi discesi Homo neanderthalensis, e quindi Homo sapiens. Ma le ultime scoperte degli anni '90 hanno completamente rivoluzionato questo modo di vedere che già scricchiolava sotto la pressione di obiezioni sempre più concrete. In Estremo Oriente, nell'isola di Giava e in Cina, sono stati ritrovati crani di Homo erectus risalenti a tempi molto più remoti di quanto si ritenesse possibile; in Georgia, nel sito di Dmanisi, ossa e crani di Homo (Homo habilis? Homo ergaster?) che si avvicinano a 1 milione e 800 mila anni; ad Atapuerca, in Spagna settentrionale, un sito ricchissimo di manufatti e ossa, fossili umani più antichi di 780 mila anni. E c'è molto, molto più di questo. In ogni caso, come si evince facilmente da tutto ciò, il mondo della paleoantropologia è in subbuglio e ancora non ha trovato una linea comune, se mai ce ne sia stata una. La tesi più probabile è che dall'Africa siano partite due o tre (forse anche di più) ondate colonizzatrici. Ma solo l'ultima, quella di Homo sapiens, è stata vincente. Quelle precedenti, come quella di Homo ergaster (che fu forse la prima), hanno sì finito per popolare per centinaia di migliaia di anni la maggior parte dell'Eurasia, ma hanno dovuto soccombere alla selezione naturale, lasciando spazio a nuove specie. L'ultima di queste aveva evoluto caratteristiche tali che, nel bene e nel male, le hanno permesso di dominare il pianeta. Eravamo noi. E l'uomo di Ceprano? Dove va si- stemato in tutto ciò Argil, l'uomo di Campogrande? Come e dove si colloca? A quale ondata migratoria appartiene? E' predecessore diretto di Homo sapiens o di Homo neanderthalensis? O di tutt'e due queste specie "terminali"? Per spiegarlo dobbiamo tornare al punto dal quale siamo partiti: a Campogrande. |
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