Scene di vita quotidiana
La località chiamata Campogrande, fra i comuni di Ceprano, Poti e Castro dei Volsci, quasi un milione d'anni fa non doveva essere poi così diversa da oggi. Se ci poniamo nel punto in cui è stato ritrovato il cranio e ci guardiamo attorno a 360°, scopriamo una campagna poco antropizzata, se non fosse per la strada asfaltata costruita una decina d'anni fa, qualche campo coltivato, sporadici piloni dell'energia elettrica e in lontananza il paese arroccato sul colle vulcanico di Pofi. Oltre la strada, a qualche centinaio di metri, sotto un lieve declivio, scorre un piccolo affluente del fiume Sacco. Tutt'intorno le creste montuose dei Lepini e delle altre catene del basso Lazio. A qualche migliaio di metri in linea d'aria si trovano le Grotte di Pastena, uno spettacolare complesso di gallerie e antri, con stalattiti e stalagmiti dalle forme più incredibili.
Analisi stratigrafiche del terreno fanno ipotizzare che la differenza sostanziale fosse nel fatto che il fiume Sacco e i suoi affluenti avessero creato nella zona un fitto sistema di corsi d'acqua e rigagnoli e che quindi l'area si presentasse alquanto paludosa. La quantità di acque attirava animali d'ogni genere ed è probabile che l'ambiente fosse frequentato da elefanti, ippopotami, cervi, iene, orsi e altri grandi mammiferi.


L'uomo in un certo senso faceva parte di questa fauna, condividendone l'ambiente, convivendo con essa, cacciandola talvolta, lottando magari con gli avvoltoi per impossessarsi dei resti di qualche carogna, ma nutrendosi anche di radici e piante, frutta e bacche. Si serviva di pietre e di aste di legno acuminate; per scarnificare le carogne utilizzava delle pietre rozzamente scheggiate. Proprio i segni lasciati dalle pietre scheggiate su alcune ossa umane fossili rinvenute ad Atapuerca, fanno addirittura sospettare che fosse praticato il cannibalismo. In ogni caso, a giudicare dai reperti finora a disposizione, non è certo che conoscesse l'uso del fuoco.
Forse non costruiva capanne, di certo non aveva un vero e proprio villaggio, ne abitava caverne se non per proteggersi temporaneamente dalle intemperie o per mangiare al riparo da concorrenti pericolosi. Si accampava in qualche radura per sfruttare tutte le risorse disponibili nel territorio. Poi, esaurite queste, si spostava altrove. Dormiva dove capitava, riparandosi alla bell'e meglio, magari arrampicandosi su un albero per evitare aggressioni notturne.Aveva una vita sociale semplice, limitata a uno o pochi nuclei familiari, fondata su rapporti codificati da millenni, non molto differente poi da quella di un gruppo di scimmie antropomorfe un pò stravagante.
Una bestia insomma? Un "troglodita" nel vero senso della parola? Sì e no. Sì per tutto quello che è stato detto finora; no perché, pur nella sua primitiva semplicità, l'Uomo di Ceprano possedeva quella scintilla che lo rendeva diverso da tutti gli animali che aveva intorno. Una scintilla che ne faceva già un caso a parte, unico.
Forse anche perché aveva cominciato a comunicare le esperienze passate e ad arricchire lentamente il suo primitivo "bagaglio culturale". Aveva una qualche forma di linguaggio primordiale, rozzo quanto si vuole, ma sufficiente per tramandare le proprie conoscenze e forse le proprie emozioni. 
Era una specie che si stava evolvendo, che pian piano si stava modificando, distaccandosi sempre di più dai suoi lontani antenati delle foreste africane, dall'australopiteco e anche dai primi Homo. E infatti è proprio con Homo antecessor che è già in atto una nuova significativa impennata dello sviluppo quantitativo del cervello umano. Era riuscito a soprawivere e ad adattarsi in un continente difficile come L'Europa, nei climi freddi della Spagna settentrionale, nelle campagne umide dell'ltalia centro-meridionale e probabilmente in altre regioni ancora più ostili e selvagge.
Quasi certamente il futuro ci riserverà ulteriori scoperte e potremo colmare le lacune che ci separano ancora da una conoscenza approfondita di questi uomini del primo Paleolitico. Ma già oggi siamo in grado di apprezzarne le caratteristiche e il posto cruciale che occupano nella storia del genere umano. Cos'altro possiamo immaginare?

 Un gruppo di ominidi ha scelto un territorio pieno di acque correnti, ricco di piante commestibili e di altri animali. Saranno una ventina di individui o poco più, compresi alcuni "cuccioli". C'è probabilmente un capo: è il più forte e il più astuto, non necessariamente il più anziano (che avrà sì e no 40 anni). Argil ha una struttura ossea estremamente massiccia e robusta e tutto lascia pensare che potrebbe essere stato lui il leader del gruppo. In ogni caso è tra i più coraggiosi e tra quelli che rischiano di più (ha anche un evidente trauma sull'arcata sopraccigliare).
Fa parte di quelli che procacciano il cibo per la comunità. La vegetazione è rigogliosa e non c'è grande difficoltà a procurarsi radici, frutti, semi e qualche pianta commestibile. Ogni tanto si mangia anche carne. Ci sono le prede cacciate direttamente dal gruppo di ominidi, ma più spesso si approfitta di qualche carogna già predata dai grandi carnivori che si aggirano da quelle parti, magari smangiucchiata dagli avvoltoi. Per "macellare" gli animali e scarnificarne le ossa, Argil e i suoi compagni usando delle pietre scheggiate.Quella moderata, ma preziosa, quantità di proteine animali è più che sufficiente ad arricchire la dieta del piccolo gruppo di Homo antecessor. Ma gli uomini della campagna di Ceprano non sono sola- mente soggetti attivi nel procurarsi il cibo. A volte costituiscono prede potenziali per i predatori della zona.
E nell'avvistarne uno, Argil ha una scarica di adrenalina, come una gazzella che sta per essere aggredita da un leopardo, uno gnu preso di mira dai leoni. Ma c'è qualcos'altro che potrebbe
passare per la testa del nostro uomo. Non solo l'istinto di sopravvivenza, come tutti gli altri animali, ma una vera e propria paura di morire, la consapevolezza della fine, dell'abbandono della vita. Perché le testimonianze dei suoi genitori e l'esperienza gli hanno insegnato che ogni animale prima o poi muore. Ineluttabilmente. Ma quando torna all'accampamento, ha dimenticato tutto. Le femmine stanno allattando i cuccioli d'uomo, i giovani stanno preparando nuove pietre scheggiate. E il sole, quella magnifica palla rossa all'orizzonte, sta salutando l'ennesima giornata. Ce ne sarà un'altra domani, sempre che la notte non porti brutte sorprese.
Riguardiamo però ora il nostro cranio fossile da ogni angolazione. Certo c'è da stupirsi che tutte queste informazioni vengano da un reperto apparentemente così modesto. Vale la pena di indagare un pò più a fondo su cosa iniziamo a sapere di questo importante reperto umano, come le decine di frammenti sono stati ricostruiti, quali metodi sono stati applicati in laboratorio per confrontarlo con atri fossili umani, quali ipotesi si possono fare sulla sua posizione nell'albero evolutivo degli ominidi.


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