USANZE TRADIZIONI E VITA DEL RECENTE PASSATO

Gli emigrati andati lontano in cerca di fortuna, non pensano a Ceprano come è adesso, ma a come era quando l'hanno lasciato, tutto raggruppato in vicoli stretti e bui, fiancheggiati da alte costruzioni piene di gente come dentro a formicai.
Il paese era diviso in rioni: ABBALLASSANTE (S.Arduino), I COCELLITTE (Colle Uccelli), LA PIAZZA, AMMONTE A SANT'ANTONIO, FORE (la campagna tutta). Si viveva a stretto contatto, si conosceva la vita privata di tutti; spesso scoppiavano liti furibonde tra "comari" e l'una rinfacciava all'altra, a gran voce, torti e misfatti Pochi erano i fortunati ad avere in casa l'acqua corrente e non si sapeva cosa fossero i frigoriferi. L'acqua per gli usi domestici, si raccoglieva dalle fontane pubbliche con le CANNATE, mentre quella fresca da bere si attingeva alle cannelle della PESCARA, del CANALE, e alla SORGENTE DELL'ARA VECCHIA che sbucava presso il fiume, all'altezza della PARATA. Ora sono tutte disseccate.

Le pulizie di casa si facevano rapidamente: primo perché  le abitazioni erano piccole e poi perché il pavimento di mattoni sconnessi, richiedeva solo una passata di ramazza, previa spruzzatura d'acqua per non sollevare la polvere. I servizi igienici erano ridotti all'essenziale. I panni si lavavano a fiume o al CANALE dove due vasche ancora visibili, servivano per l'insaponatura e per il risciacquo. La promiscuità era tanta, con buona pace per l'igiene! Spesso il sapone sfuggiva dalle mani e allora le lavandaie si munivano di una canna appuntita e cercavano di ripescare dal fondo il prezioso materiale

Il PONTE è stato sempre il punto nevralgico del paese e dopo che i tedeschi, nella ritirata, lo ebbero buttato giù insieme al PALAZZO DEL MARCHESE, fu necessario farsi traghettare dalla barca oppure si doveva affrontare una ondeggiante passerella quasi a pelo dell'acqua del fiume che li è largo e profondo.
Le tradizioni e le usanze erano bellissime. A Capodanno e alla Befana ci svegliava il suono del- l'organetto che accompagnava il canto augurale delle BONDIE (buongiorno). I cantori erano PEPARUOLE ed i suoi parenti, sempre pronti a rallegrare se stessi e gli altri. Venivano ricompensati con allegre bevute. Nelle notti di Carnevale si udivano le LONTANANZE ovvero       I CANTI ALLA STESA. Da una contrada all'altra voci di donne si scambiavano, quasi come un lamento, melodie lunghe e malinconiche, di cui non si capivano le parole e solo le protagoniste ne conoscevano il significato. Una voce cominciava: "ATTACCA A CURTE E MITTE POCA PAGLIAAAAAAA. ..." E come nei caldi meriggi estivi, al segnale dato da una cicala, si avvia il coro di tutte le altre, così la voce di una sola donna dava inizio a duetti lamentosi che si protraevano nelle notti di fine inverno.
La DOMENICA DELLE PALME era il giorno più bello dell'anno: tutti, per amicizia o per penitenza, si scambiavano rami di ulivo benedetto in segno di pace. SORA ASSUNTA ornava rami di ulivo con artistiche rose di carte e ne faceva dono all'ARCIPRETE che li portava devotamente in processione. La SETTIMANA SANTA era piena di preparativi: le abitazioni venivano letteralmente ripulite da cima a fondo. Si lavava tutto. Particolare cura si metteva nel riordino del PENTOLAME. Per una ripida e pericolosa scalinata, i cui tozzi gradini erano incassati lungo la parete di uno dei palazzi del CASARINO, che ora non c'è più, scendevamo giù al fiume fino ad una piccola spiaggia e li, con la sabbia ci davamo da fare per lucidare a specchio pentole e teglie di rame e di alluminio; le sciacquavamo alla corrente e poi le mettevamo ad asciugare al sole.

Le case profumavano di pulito e di dolci e questi non potevano essere mangiati se prima non avevano ricevuto la benedizione del sacerdote e dopo il suono delle campane. Il GIOVEDI' SANTO si faceva visita ai SEPOLCRI indossando l'abito nuovo. Era un via-vai di gente. Dai forni artigianali si spandeva il profumo dei dolci che venivano cotti senza sosta notte e giorno. Il VENERDI' SANTO le campane tacevano: erano "APPILATE". Si andava in Chiesa esortati dal richiamo dei chierichetti che giravano per il paese annunciando l'ora del giorno e l'inizio delle funzioni religiose. Per attirare l'attenzione, agitavano rumorosi battacchi di legno, I TRICTRAC e strillavano: "E' MEZZOGGIORNOOOOO ", "ALL'AGONIAAAAA", "ALLA MESSA SECCAAAA" che era quella del Venerdì Santo senza la Consacrazione.

La Processione si faceva di sera. La statua di GESU' MORTO era portata,     chissà perché, dai NOTABILI del paese incappucciati di bianco e, sovrastata dal Baldacchino, sempre sostenuto da "PERSONE IMPORTANTI", era seguito dalla Statua dell'Addolorata e da una folla devota. Il percorso era illuminato da grandi falò, dove ardevano fascine e mobili vecchi, raccolti nelle contrade dai soliti ragazzini che ne facevano richiesta cantando: "A CHI 'NCE DA LE LENA LA PORTA CE SFASCIAME". Naturalmente non era questa minaccia monellesca a sollecitare l'offerta. Sabato Santo, dopo le dieci, si "SPILAVANO" le campane e per noi bambini era obbligatorio rotolarci per terra, pena grossi mal di pancia (strane credenze del tempo).
A Maggio si onorava molto la Madonna. Noi bambini costruivamo le CUNETTE, come chiesuole in miniatura, con le pareti di carta su cui erano incollati l'immagine della Madonna ed ogni sorta di SANTINI. Le ornavamo con catenelle di carta colorata, rose e lumini (qualcuna andava a fuoco). Via Machiavelli, il vicolo dove abitavo, era in testa alle cerimonie, forse perché a lato del PORTONE GRANDE, c'era una nicchia con l'immagine della Madonna del Buon Consiglio. La ripulivamo dalle ragnatele e dalla polvere che vi si era accumulata nel corso dell'anno, ornavamo il vicolo con bandierine colorate e recitavamo preghiere. A sera facevamo processioni ed i più sfacciati chiedevano un obolo ai passanti.

Le FESTE PATRONAU erano bellissime, specialmente quelle dell'Assunta e di San Rocco, con la distribuzione delle CIAMMELLE e l'offerta delle CANTAMESSE. Le ciambelle di un tempo erano molto diverse da quelle di oggi, sia per forma che per sapore. Le CIAMMELLARE cepranesi, assoldate dal COMITATO , lavoravano nei forni locali. Le ciambelle, dopo un elaborato sistema di impasto, venivano cotte di notte. All'alba, alla fine di ogni turno di lavoro, e dopo aver preparato un nuovo impasto, le donne stanche ma soddisfatte, tornavano a casa cantando.

Le PROCESSIONI si facevano di giorno, dopo la MESSA CANTATA. I Portatori si incollavano le pesanti "MACCHINE" ed avanzavano lentamente grondando sudore per la fatica e per il caldo. Le finestre erano addobbate con le COPERTE PIU' PREZIOSE ed al passaggio della statua, scendevano volteggiando miriadi di bigliettini colorati inneggianti ai SANTI e noi bambini facevamo a gara a chi ne raccoglieva di più. Una gran folla seguiva la processione e tutti cantavano. Le CAPOCORO, dalle voci stentoree, avanzavano compatte, subito dietro la Statua, strette sottobraccio l'una all'altra, formando una insuperabile barriera canora.
La VITA SOCIALE era intensa ed era vivo il senso di solidarietà. Si conversava, ci si salutava nella strade, nelle passeggiate domenicali o nelle gite di primavera, nelle OTTOBRATE ad Isoletta e nei pellegrinaggi alla Madonna delle Guardia quando tutto il paese si trasferiva sulla montagna a piedi o con i pullman, che facevano la spola fino a tarda notte. A scuola non andava nessuno e in quel giorno, UNICO NELL'ANNO, la Cartiera fermava addirittura le macchine.
Nei vicoli ferveva l'attività degli artigiani: sarti, falegnami, fornai. In via Machiavelli c'era NONNO PEPPE, tranquillo, silenzioso, un po' filosofo, sempre intento ad intrecciare vimini e canne per farne "MANECUTE E CESTRA". Gli chiedevamo pezzi di canne da cui soffiavamo stupende bolle di sapone. In via D'Azeglio, c'era ZIA LUIGIA, maestra nell'uso del telaio, un grosso macchinario di legno con cui tesseva lunghe e robuste tele come forse faceva l'omerica Penelope.

Non mancavano gli svaghi offerti dall'ottima FILODRAMMATICA CEPRANESE, dalle COMPAGNIE TEATRALI ITINERANTI, da FUNAMBOLI e SALTIMBANCHI e dalla visione di film allora muti durante la cui proiezione BIAGIO AMATO, accompagnandosi con la chitarra, cantava con bella voce melodie adatte alla scena. La vita trascorreva nella normalità di tutti i giorni e se succedeva qualcosa di diverso, i commenti erano tanti ed il ricordo durava nel tempo.
C'erano anche i momenti tristi ed erano i funerali. Il Sacerdote in abito talare, cotta bianca e stola nera, preceduto dalla Croce portata dai chierichetti, si recava ad accogliere il defunto ai confini del centro abitato. La salma giungeva sul carrozzone nero trainato da un cavallo nero, bardato in nero e giallo oro, guidato da Gerardo Cecconi. Dopo la Benedizione, il mesto corteo si avviava verso la Chiesa. Al suo passare si abbassavano le saracinesche, si chiudevano le porte dei negozi in segno di rispetto. Il silenzio era grande: si sentiva solo il ritmico rumore degli zoccoli sul selciato, sospiri e singhiozzi contenuti. Era veramente impressionante.
Si viveva una vita a misura d'uomo con sensibilità e romanticismo come nei film e nelle canzoni del tempo. Per la via si incontravano persone e non fari di automobili. Il vecchio borgo ora è in disfacimento: c’è solo l’ombra del passato nel ricordo di chi ha vissuto quei giorni. Ceprano ora è diventata moderna ma si è "sparpagliata". In campagna non ci sono più capanne di tavole ma graziose villette con profumanti giardini. Si vive in palazzi pieni di confort moderni. I giovani sono  belli, alti, sicuri di se, istruiti, cosmopoliti. La nostra cittadina è diventata più ricca ma ha perso l'identità e la caratteristica del proprio ambiente umano e naturale. Stiamo diventando  un paese anonimo, indifferente, frettoloso. In poco più di sessanta anni il progresso ci ha regalato il benessere materiale, ma rischia di farci perdere l'umanità che sempre ci ha caratterizzato.
Una poetessa scrisse. "LSSATECE PASSA', SIAM CEPRANESE, NECCONE STRAFUTTENTE MA CURTESE…”.

Lillina Rossi

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