RAPPORTO GENERAZIONI

 

Prima dell'arrivo della comunIcazione globale gli avvenimenti familiari e locali lasciavano un'impronta più forte nella memoria di ognuno di noi. Quando c'era solo la radio e la TV trasmetteva per poche ore e solamente qualche esercizio pubblico aveva il televisore, anche i ritmi della memoria, del vedere, dell'ascoltare erano diversi, i canali più liberi, i messaggi più chiari. Mentre i ricordi degli anni più recenti sono più intricati, sfocati, distorti dal fluire ininterrotto del vissuto personale, dal ritmo e dal volume. Le cose belle e quelle brutte avevano una loro evidenza che ti segnava e ti accompagnava senza sfocarsi, senza perdere i connotati. Questa dimensione psicologica, temporale, ambientale bisognerebbe recuperare, senza timore di cedere alla nostalgia.
Non ho mai più provato nella vita una consapevolezza così forte di essere protagonista come nella scuola (la mia classe di Ponterotto) o nella famiglia di allora: io e mia sorella eravamo al centro della nostra famiglia allargata (bisnonna, nonni, zia nubile, genitori). Eravamo importanti per l'economia familiare (badare agli animali, fare piccoli servizi ad anziani non autosufficienti) svolgendo compiti assegnati con orgoglio ed autorevolezza dai nonni, più che dai genitori.

La ricompensa, con piccole somme di denaro o con altri "beni", non era mai intesa come un regalo (i doni appartenevano alle grandi festività), ma come un corrispettivo per impegni rispettati, accompagnato da un apprezzamento per il lavoro ben svolto.
Nella mia scuola c'era un senso dell'organizzazione, della partecipazione e della cooperazione, diverse dall'efficienza (quando esiste) della scuola di oggi. Nessun rimpianto per quei locali angusti, senza soffitto, con il pavimento in mattoni sconnessi e per l'atmosfera fumosa delle mattinate invernali riscaldate con le stufe a legna. Anzi conservo ancora un senso di fastidio per tutte le volte che la maestra ci mandava al fosso a nettarci gli scarponi o gli stivali dal fango raccolto per le strade campestri.
Ma che bella lezione di vita dover provvedere, a turno, a spazzare l'aula, ad accendere ed alimentare la stufa, a tenere in ordine i quaderni di classe, a zappettare le aiuole.

Ci eravamo costruiti ognuno un tappeto poggiapiedi intrecciando lunghi cordoni di "falasca" del fosso, per non lasciare incrostazioni di fango sul pavimento. Non avrei mai amato la scuola se non fosse stato per i "Lavoretti" che ci appassionavano.Che soddisfazione aver costruito con gli arnesi prestati dai contadini la buca del salto, riempita di sabbia prelevata da un cumulo presso una casa in costruzione. Un’altra sensazione sgradevole, che fortunatamente i ragazzi di oggi quasi non conoscono, è quella del freddo, fino al limite del dolore. E' una cosa che ha accompagnato quasi tutta la mia adolescenza, fin tanto che non abbiamo avuto la possibilità di una casa nuova con i termosifoni.
Ci si riscaldava solo con il camino in un angolo della cucina. Eppure una delle sensazioni più belle ed appaganti era stare appoggiato sulle ginocchia di una persona di famiglia con il volto rivolto alla fiamma ad osservare lo scoppiettio delle legna e ad "assorbire" tutto il calore dal fuoco e dal corpo della persona a compenso del freddo del giorno. Oltre alle persone di casa c'era sempre qualcun altro (sempre vuol dire che non ho mai provato cos'è la solitudine, ne allora ne ora) a creare un clima straordinario di comunicazione, che diventava alle mie orecchie un chiacchiericcio rassicurante che. conciliava il sonno (e spesso anche i sogni, che rielaboravano i racconti dei grandi).

Ripeto, era una vita a volte al di sotto delle condizioni minime d'igiene (la nostra scuola non aveva il bagno ci si lavava poco e male in casa con catini e "bagnarole"), di civiltà (le persone che allora avevano la nostra età attuale erano analfabete o sapevano a mala pena scrivere il nome e cognome} e di benessere (mangiavamo discretamente, ma eravamo pieni di toppe, i vestiti e le scarpe si acquistavano per la Prima Comunione, le strade di campagna erano fangose d'inverno e polverose d'estate}. Erano frequenti le malattie causate dalla scarsa cura igienica degli ambienti e delle persone e si conviveva ancora con i parassiti degli uomini e degli animali.
Fortunatamente le condizioni di vita migliorano presto e con esse la durata media della vita. Abbiamo consegnato ad i nostri figli un mondo peggiore per diversi aspetti, ma sicuramente più sano e educato all'igiene.

Se avessero conosciuto quel mondo non rimpiangerebbero proprio niente. Sono altre le cose che hanno perso, che io vivo come una perdita, domandandomi perché  con il progresso inevitabilmente vanno via i valori e le consuetudini buone forse prima ancora dei pregiudizi, delle ingiustizie e delle sofferenze.
Rimpiango il ritmo dell'esistenza e la coralità della vita. Sono ricordi che ancora adesso mi condizionano positivamente e che mi inducono a recuperare il controllo del mio tempo ed il rapporto con gli altri.
Innanzitutto il fluire del tempo era scandito da fattori naturali: la buona stagione e la cattiva stagione, il freddo ed il caldo, il sereno e la pioggia.
La buona stagione era quella del fieno, della raccolta del grano, della vendemmia, della semina (le belle giornate di novembre). Erano i periodi in cui si aspettava il rientro in casa dei grandi, con gli occhi sonnacchiosi, per cenare tutti insieme. Alcune attività si protraevano fino a notte inoltrata, alla luce di lumi di petrolio o a gas, come la scartocciatura delle pannocchie di mais (i mazzuocchre) accompagnata da suoni di organetto, canti, motteggi, la trebbiatura o i lavori della cantina dopo la pigiatura dell'uva.

I periodi invernali di freddo o le piogge primaverili ed autunnali, condizionavano in altro modo la vita. La gioia più grande era tornare da scuola e trovare tutti in casa, seduti a tavola, davanti ai piatti fumanti. Sapere che tutto il pomeriggio la casa sarebbe stata piena di presenze, di voci, di occupazioni domestiche.
La gioia di poter parlare, di ascoltare, di essere ascoltati, di imparare, di scoprire. Quest'atmosfera serena diventava festosa se la casa si riempiva di odore di ceci e fave abbrustolite sul fuoco o dello scoppiettare delle "sposine" (nome delicato dei miti ci pop-corn) che dal "pelliccio" volteggiavano in aria per tutta la casa, raccolte dai piccoli che si tuffavano sotto tavoli e cassapanche.

In questi giorni la casa era sempre piena di gente (parenti, vicini) che parlava, raccontava, faceva progetti, conti a memoria sull'annata, commenti sul tempo e sulle poche notizie che arrivavano attraverso il giornale domenicale.
In una vita di disagi, rispetto alle comodità di oggi (noi tornavamo con gli abiti fradici per aver giocato sotto la pioggia durante tutto il percorso a piedi da scuola a casa) mi piacerebbe recuperare la coralità: familiare, di contrada, di paese. C'era coralità nelle tavolate di decine di persone dopo la trebbiatura; nelle partite a bocce che si svolgevano nei giorni festivi lungo la strada maestra; nel parlottare dei gruppi di donne che si avviavano a piedi, anche dai paesi vicini, al mercato del sabato e che tornavano con le anche divaricate per la consuetudine di portare carichi sulla testa. La coralità si esprimeva nella collaborazione per produrre, proteggere, raccogliere, conservare, consumare i prodotti delle fatiche. Una religione della "roba" ma non maniacale: serena, consapevole, solidale (la collaborazione per difendere la roba di ognuno).
Le manifestazioni di solidarietà vera e propria, avevano queste radici concrete, nella fatica quotidiana, nell'abitudine a fare le cose insieme, nella normale condivisione dell'esistenza.

Giuseppe Bernardi

 

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