MUSEO  ARCHEOLOGICO
DI FREGELLAE
CEPRANO 

 

 

      LA STORIA
 
Colonia di diritto latino, Fregellae fu fondata dai Romani sulla riva sinistra del fiume Liri nel 328 a.C., con lo stesso nome di un centro abitato della locale popolazione del Volsci, distrutto qualche anno prima dai Sanniti, la cui arx è individuabile sulla cima della collina che ospita la moderna Rocca d’Arce (fig.1-2). La spinta espansionistica romana verso sud, già iniziata nel 334 a.C. con la fondazione di Cales nella pianura tra Teanum e Capua, si concretizzò nella valle del Liri con questa provocatoria deduzione coloniale, a dispetto di un foedus con i Sanniti che, nel 354 a.C., aveva limitato la zona di influenza romana a destra del fiume Liri. 
Rocca d'Arce - Tratto di muro in opera poligonale (fig. 1)
Dopo una breve riconquista sannitica, conseguente alla sconfitta romana delle Forche Caudine (316 a.C.), la città fu rifondata nel 313/312 a.C. assieme all’altra colonia di Interamna Lirenas, determinando così un più stretto controllo sulla valle del Liri e su una nuova direttrice di traffico, la via Latina. Questa arteria stradale univa anticamente Roma con il santuario federale di Iuppiter Latiaris sui Colli Albani e, in occasione della rifondazione di Fregellae e della deduzione di Interamna Lirenas, fu prolungata sino a Capua dopo avere collegato anche le due nuove colonie. Questa arteria stradale univa anticamente Roma con il santuario federale di Iuppiter Latiaris sui Colli Albani e, in occasione della rifondazione di Fregellae e della deduzione di Interamna Lirenas, fu prolungata sino a Capua dopo avere collegato anche le due nuove colonie. 

Rocca d'Arce - Tratto di muro in opera poligonale (fig. 2)

Essa seguiva un percorso di fondovalle che percorreva la valle del Liri in tutta la sua lunghezza, escludendo così dai traffici commerciali gli antichi centri abitati preromani di collina. Numerosi sono gli episodi storici che narranodell’importanza assunta dalla città con il passare dei decenni, come la richiesta avanzata da duecento nobili ostaggi cartaginesi i quali, all’indomani della battaglia di Zama (202 a.C.), ottennero dal Senato romano il permesso di abitare a Fregellae

L’importanza della colonia nonché la sua posizione leader sul resto delle colonie latine è dimostrata da altri notevoli episodi citati dalle fonti storiche, come il ruolo di portavoce delle colonie rimaste fedeli a Roma in occasione della guerra annibalica, o l’esistenza di uno squadrone scelto di cavalleria (turma fregellana), formato da quaranta aristocratici fregellani con funzione di guardia del corpo dei consoli, distintosi per valore in almeno due importanti episodi bellici. 
Il fenomeno sociale più riguardevole per la città nel corso della sua breve storia è rappresentato dal gran numero di immigrati provenienti dalle regioni circostanti, richiamati dalla florida situazione economica della città. Tale flusso migratorio, generalmente continuo, in alcuni casi presentò le caratteristiche di un vero e proprio esodo: secondo Livio nel solo anno 177 a.C. ben quattromila famiglie di Sanniti e di Peligni si erano trasferite a Fregellae. Ne derivò una massiccia “deromanizzazione” della città che può reputarsi, in parte, causa della sua distruzione. Infatti, durante il periodo della crisi graccana Fregellae fu sempre in prima linea nella rivendicazione della cittadinanza romana, che avrebbe permesso alle migliaia di immigrati una più facile integrazione nel nuovo tessuto economico e sociale, beneficiando della distribuzione gratuita delle terre demaniali, riservata ai soli cittadini romani. Il rifiuto di un’ulteriore proposta di legge presentata nel 125 a.C. al Senato romano da Marco Fulvio Flacco, console di parte popolare, tesa a concedere la cittadinanza romana ai Latini e agli Italici, scatenò a Fregellae una violenta rivolta contro Roma, presto soffocata da un esercito comandato dal pretore Lucio Opimio. 
La città fu distrutta e l’area urbana, sottoposta alla pratica religiosa della devotio, fu quasi completamente abbandonata; da allora non ebbe più continuità di vita. I cittadini di Fregellae furono deportati a Roma, dove vennero processati. Dopo la distruzione di Fregellae, ai superstiti di parte filo-romana fu concesso di ricostruire la città, ma non più sullo stesso sito, a causa dell’interdizione derivata dalla pratica della devotio, né fu possibile imporle lo stesso nome. Fu dunque ricostruita nel 124 a.C. poco più a sud, in un’ansa del fiume Liri subito dopo la confluenza con il Sacco (l’antico Trerus), nel territorio dell’attuale comune di San Giovanni Incarico in località “La Civita”. Qui è anche localizzabile il sito del porto fluviale di Fregellae e forse anche quello di un Foro pecuario.

Il nome del nuovo insediamento fu modificato in Fabrateria Nova, per distinguerla dalla Vetus, identificabile probabilmente con la moderna Ceccano. 
Scavi recenti e prospezioni aeree hanno messo in evidenza il reticolo viario regolare della nuova Fabrateria; la città non sembra comunque occupare una superficie molto estesa. Sinora, il monumento cittadino di maggior consistenza venuto alla luce è l’anfiteatro (fig. 3) che, pur non offrendo dimensioni di rilievo (m 70 x 57), appare sproporzionato rispetto alla modesta estensione dell’abitato.
Era provvisto di due entrate poste lungo l’asse maggiore e, a giudicare dall’esiguo spessore dei muri di base, doveva presentare gradinate in legno.

San Giovanni Incarico, località La Civita - Resti dell'anfiteatro di Fabrateria Nova. ( fig. 3)

 
 Contestualmente allo sviluppo di Fabrateria Nova, assumeva una certa consistenza urbana il centro abitato di Fregellanum, prossimo al sito di Fregellae, sorto a ridosso di un ponte sul Liri che permetteva alla via Latina di collegare Fregellae con Frusino (Frosinone). Posto dagli antichi itinerari a quattordici miglia da quest’ultimo centro, Fregellanum è sicuramente da identificarsi con la moderna Ceprano. Nell’ambito del centro storico di questa città, è visibile una gran quantità di materiale archeologico di reimpiego proveniente dalla vicina Fregellae; ciò conferma la testimonianza di viaggiatori ottocenteschi, i quali descrivono il largo uso che gli abitanti di Ceprano facevano delle pietre squadrate che si procuravano direttamente dai resti dell’antica città. Si ha notizia certa dell’esistenza del ponte romano di Ceprano, che era posto poco più a valle dell’attuale, da un’epigrafe del tempo di Antonino Pio che ne documentava alcuni lavori di restauro.