Eravamo rimasti alla i massiccia arcata orbitaria
ritrovata da Italo Biddittu. Lo studioso la esaminò per qualche
istante. Non c'erano dubbi, si trattava di un reperto antichissimo,
centinaia di migliaia di anni.
Non osava dire esattamente quanti. Non osava nemmeno pensarlo (o
sperarlo). Riprese a cercare meglio, con emozione crescente.
E raccolse altri frammenti nella terra smossa, e altri ancora, a decine,
che appartenevano tutti allo stesso cranio. Aveva trovato finalmente
tutto ciò a cui le sue scoperte alludevano da decenni: dalle nostre
parti non si erano mai visti i resti fossili di un essere umano così
arcaico. E iniziò anche un lavoro meticoloso di setacciatura del
sedimento e di scrupolosa analisi stratigrafica.
Se ne occupò per varie settimane un piccolo nucleo dell'ls.I.P.U.
(Istituto Italiano di Paleontologia Umana, presso il quale Biddittu
opera da anni), coordinato dal geologo Aldo Segre e da sua moglie, la
paleontologa Eugenia Segre Naldini. La scoperta fu poi notificata alla
Soprintendenza Archeologica del Lazio.
Prima che il fossile umano potesse essere studiato, fu necessario
ricostruirlo, mettendo assieme come in un puzzle gli oltre 50 frammenti
che erano stati rinvenuti nel sito. Un lavoro che, tra operazioni
tecniche, confronti e revisioni critiche, ha richiesto alcuni anni.
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Ne è venuto fuori un cranio di proporzioni massicce, appartenuto a un
poderoso maschio adulto di una specie estinta del genere Homo. Purtroppo,
nonostante i tentativi reiterati, non si è riuscito a trovare altro. E
l'Uomo di Ceprano resterà per sempre senza faccia, forse trascinata via
dalle ruspe durante i lavori di costruzione della strada. Ma anche
così, il cranio rimane un reperto di straordinaria importanza per la
determinazione dell'evoluzione umana in Europa. E dire che di
informazioni ne avevamo già tante, grazie a ben oltre un secolo di
ricerche e scoperte fortuite, frutto di un'attenzione della ricerca
preistorica che potremmo definire "eurocentrica". Si
sospettava da tempo che il primo popolamento del continente europeo
fosse avvenuto ben oltre 500 mila anni fa, ma mancavano le prove
fossili. Non molto lontano da Ceprano, a Isernia, c'è per esempio uno
straordinario sito preistorico con testimonianze archeologiche della
presenza dell'uomo in Europa risalenti a circa 600 mila anni, e vari
siti della bassa Valle Latina (Colle Marino, Castro dei Volsci),
indicano età ancora più antiche.
Ma anche in Francia e Spagna sono stati ritrovati manufatti in pietra di
tipo arcaico che vengono riferiti a circa 1 milione di anni fa, o forse
più.
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Sul fronte dei fossili umani, invece, il più antico era stato la
mandibola di Mauer, rinvenuta presso Heidelberg in Germania nel 1907,
attribuibile a un individuo vissuto verso i 450 mila anni dal presente e
attribuito alla specie Homo heidelbergensis. Risalendo nel tempo,
i fossili si fanno sempre più numerosi e completi, manifestando via via
gli effetti dell'evoluzione regionale verso l'uomo di Neandertal, pur
con un andamento a "mosaico", cioè con caratteristiche
morfologiche non sempre uniformi. L'uomo di Neandertal (così chiamato
perché il primo ritrovamento fu effettuato nella valle di Neander in
Germania) è certamente la forma umana fossile che conosciamo meglio, a
parte i primi rappresentanti di Homo sapiens, visto
l'elevato numero di campioni scheletrici e documenti archeologici a
nostra disposizione. E nell'immaginario collettivo è divenuto il
brutale uomo delle caverne, con la clava in mano e la donna trascinata
per i capelli. In realtà la specie ha dominato il nostro continente per
oltre 100 mila anni ed è stato spodestato solo con l'arrivo dell'uomo
moderno.
Distribuito esclusivamente in Europa e nel Vicino Oriente, era di
statura medio-bassa, camminava speditamente e possedeva una corporatura
massiccia. Il cranio era di struttura arcaica, anche se di dimensioni
davvero notevoli. In anni recenti ci si è posto l'interrogativo se, e
in quale misura, il Neandertal sia da considerarsi membro della specie
umana attuale, cioè un Homo sapiens neanderlhalensis. I recenti
esami del DNA hanno chiarito il dubbio una volta per tutte: Homo
sapiens e Homo neanderlhalensis sono con ogni probabilità
due specie distinte che hanno solamente convissuto a lungo negli stessi
territori. A partire da circa 25-30 mila anni fa, restano solamente
individui moderni: il Neandertal, per quanto triste possa apparire, s'è
estinto senza poter incidere nella successiva evoluzione umana.
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Ma chi sono gli antenati dell'Uomo di Neandertal? Il candidato più
probabile è Homo heidelbergensis. Diffuso in Europa e in Africa
(ma alcuni ricercatori pensano anche in Asia) tra 600 mila e 200 mila
anni fa, ha infatti tratti che possono ricordare forme ancora più
arcaiche (come Homo ergaster e Homo erectus), ma le
caratteristiche che lo differenziano da questo indicano anche una
parentela con il Neandertal e con le origini di Homo sapiens. E
prima ancora? Chi utilizzava i manufatti di Isernia, tanto per
mantenerci nell'ambito di un esempio noto? Le recenti scoperte alla Gran
Dolina nella Sierra de Atapuerca in Spagna hanno mutato radicalmente il
panorama dei reperti umani fossili a nostra disposizione. L'annuncio
iniziale della scoperta comprendeva l'indicazione di una possibile
specie umana nuova, un antenato del Neandertal. Nel Maggio del 1997
veniva pubblicato sulla rivista Science un articolo che
descriveva la nuova specie, e la classificava come Homo antecessor. I
fossili umani e i manufatti in pietra sono stati trovati in associazione
con resti di fauna in un livello geologico databile a oltre 780 mila
anni.
Ed è qui che si inserisce il Cranio di Ceprano. l ritrovamenti spagnoli
sono limitati a molti denti, qualche porzione di cranio e alcuni
frammentari resti di altri elementi scheletrici: reperti che sono
comunque riferiti a individui quasi tutti non adulti e pertanto con le
caratteristiche somatiche non completamente sviluppate.
Quello di Campogrande è invece, come abbiamo visto, un adulto con
peculiarità interessantissime. Non si era mai visto un Homo così
arcaico nel continente europeo, con così forti reminiscenze asiatiche e
africane. Ma il cranio, sebbene l'architettura generale sia quella in
comune tra Homo ergaster e Homo erectus, mostra anche
evidenti segni di progressione verso l'umanità del periodo successivo.
E allora? Allora si può in primo luogo dire che,
grazie all'esame strati- grafico del sito del ritrova- mento, il Cranio
di Ceprano è databile a un intervallo compreso fra 800 e 900 mila anni
fa. La datazione simile e la stessa area geografica (Europa
mediterranea), oltre ad alcune complicate considerazioni che fanno i
ricercatori sulla base della morfologia del reperto (come vedremo in
seguito), indicano una possibile affinità con i resti spagnoli di
Atapuerca. Per il momento, dunque, la classificazione più attendibile
anche per il cranio di Ceprano è proprio quella di Homo antecessor.
L'individuo di Ceprano apparteneva quasi certamente a una delle prime
ondate migratorie provenienti dall'Africa o dalla Georgia. Un
precursore, quindi, un colonizzatore che si avventurava in territori
inesplorati. Anche da questo punto di vista, la denominazione Homo
antecessor va benissimo ("antecessor" in latino
significa infatti "esploratore"). Quindi, l'uomo di Ceprano
rappresenta in qualche modo il "nonno" di tutti noi.
Metaforicamente lo è di tutti gli europei, essendo il più antico
rappresentante adulto e sufficientemente completo dei primi uomini che
popolarono il continente.
A partire dal 1999 L'Is.I.P.U. ha stabilito di affidare a un gruppo di
studiosi le ulteriori ricerche scientifiche sul reperto fossile (sotto
la direzione dell'illustre Prof. Antonio Ascenzi, recentemente
scomparso). Ci sono poi le ricerche sul sito, guidate da Giorgio Manzi
in collaborazione con Italo Biddittu e altri ricercatori, al fine di
approfondire le nostre conoscenze su quel lontano periodo e per trovare
ulteriori conferme sulla datazione.
Gli scavi hanno dato immediatamente dei frutti. Nuovi siti preistorici
sono emersi nell'area dove il cranio umano era stato rinvenuto nel 1994.
Sono stati raccolti una quantità di nuovi dati geologici e
paleontologici. Già numerosi sono anche i manufatti rinvenuti, semplici
schegge, ma anche chopper (pietre rozzamente scheggiate che
servivano come utensili), e amigdale o bifacciali. Se non è facile
datare i reperti archeologici del Paleolitico che si rinvengono in
superficie o negli scavi, è forse più semplice dare un'età allo
scheletro di pachiderma recentemente riportato alla luce, prigioniero in
un denso strato d'argilla e sabbie da centinaia di migliaia di anni. Si
tratta dei resti straordinariamente ben conservati di un poderoso
elefante dalle zanne ricurve che popolava l'Europa in epoche
estremamente remote. L'animale era probabilmente rimasto impantanato
nell'argilla che costeggiava il letto del fiume Sacco o uno dei suoi
affluenti. E chissà che il nostro Uomo di Ceprano (o uno dei suoi
"nipoti") non abbia assistito a quell'agonia e non ne abbia
approfittato per procurare cibo per se stesso e i suoi. Una scena al
momento solo plausibile, che potrebbe risalire a centinaia di migliaia
di anni fa. Abbiamo già detto che 800 mila anni fa (o forse anche 900
mila) è la datazione più attendibile per l'uomo di Campogrande.
Ottocentomila anni. E' difficile rendersi conto di quello che significa.
Quando si parla di Preistoria si tende a vedere quasi in un flash una
quantità di tempo incommensurabile, accomunando in un grande calderone
interi processi evolutivi che si sono svolti in un arco temporale
enorme: dinosauri e cavernicoli, ere e periodi, deriva dei continenti ed
estinzioni di massa, glaciazioni e vulcani in eruzione. Ma ovviamente le
cose non stanno così.
Il nostro pianeta è costituito da una serie di elementi interconnessi e
interagenti tra loro. l fenomeni geologici, il clima, la fauna e la
flora sono strettamente legati l'un l'altro e (fino almeno all'avvento
della tecnologia umana e della forte antropizzazione dell'ambiente), i
cambiamenti sono sempre stati estremamente graduali, per- mettendo così
alle specie di adattarsi e sopravvivere. L'avventura della vita sulla
terra si è svolta quindi seguendo ritmi lentissimi, con mutamenti quasi
mai repentini se non proprio in occasione di catastrofi naturali. E'
alla luce di questa "lentezza evolutiva" che bisogna valutare
anche i processi biologici e culturali della preistoria umana.
Ottocentomila anni fa è una data così remota, rispetto a noi, da
rendere praticamente contemporanei tra loro due eventi come la
costruzione delle piramidi in Egitto e la distruzione delle torri
gemelle di New York, oppure personaggi come Otzi (la Mummia del Similaun)
e Luciano Pavarotti. Sia per Otzi che per il faraone Cheope, oppure per
Giulio Cesare, Cristoforo Colombo e anche il nostro Pavarotti l'uomo di
Ceprano è vissuto circa 800 mila anni prima di ciascuno di loro, anno
più, anno meno.
Ma come era la vita di 800 mila anni fa? Che faceva, cosa mangiava, che
rapporti aveva con gli altri esseri umani e con l'ambiente l'Uomo di
Ceprano?
Proviamo a immaginare.
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